La modularità nel settore automotive

Nel nostro articolo pubblicato 2 settimane fa abbiamo spiegato cos’è la modularizzazione, ovvero la scomposizione della produzione in unità più piccole chiamate moduli, che vengono assemblate e modificate in modi via via diversi, a seconda delle richieste del cliente, e vanno così a formare prodotti diversi.
Abbiamo poi parlato dei benefici che la modularizzazione apporta (contenimento dei costi; versatilità; maggiore conoscenza dei moduli, che si possono migliorare e di cui si possono correggere i bug), non omettendo di elencare i rischi, e abbiamo analizzato un caso in ambito informatico: il confronto Microsoft VS Apple.
Veniamo ora a vedere come la produzione modulare si adatti anche ai prodotti fisici, analizzando, brevemente, il settore automotive, uno di quelli che ha tratto maggiore vantaggio da questo approccio che fa della flessibilità il suo punto di forza.
Un po’ di storia
La produzione modulare è il presente, e diventerà, con tutta probabilità, il futuro dell’industria automobilistica.
Essa è il risultato di una lenta quanto inevitabile evoluzione, che è iniziata dai primi del 900 con il fordismo e la produzione di massa ed è proseguita, a partire dagli anni 70, con il Toyotismo. Il fulcro di questa nuova ideologia produttiva, che soppiantò il fordismo e permise alla Toyota di raggiungere risultati straordinari, sta nell’efficientare la produzione, tagliando gli sprechi, e nell’adeguarsi al mercato, anziché inondarlo con merce che poi rimarrà invenduta.
Situazione attuale
Negli ultimi anni, il mercato dell’auto è profondamente cambiato. L’esplodere delle problematiche ambientali, lo sviluppo della sharing economy, la ricerca che spinge sempre di più verso l’elettrificazione e verso l’integrazione con la robotica e l’elettronica, la crisi del 2008 che ha decimato il potere d’acquisto della classe media dei paesi occidentali (che impone un abbattimento dei costi per poter piazzare i prodotti sul mercato), hanno spinto verso l’applicazione al settore auto dei principi dell’economia modulare, portandoci verso una nuova fase.
In sostanza, architetture simili, chiamate in gergo piattaforme, permettono, previa l’adozione di opportuni adattamenti, la produzione di modelli anche radicalmente diversi, dai SUV alle city car, consentendo vaste economie di scala. Un gran numero di vetture, quindi, è realizzato partendo da componenti comuni intercambiabili, logicamente adattate. L’idea non è nuovissima (circolava già negli anni 80), ma il progresso tecnologico ne ha reso possibile il perfezionamento. I vantaggi sono enormi: oltre a una notevole riduzione dei costi, l’economia modulare permette una grandissima versatilità e, soprattutto, maggiore trasferimento di conoscenze, tecnologie e know how, elemento fondamentale in un mercato sempre più competitivo.
Per capire il concetto, basta questo dato: la piattaforma MQB (Modularer Querbaukasten, Piattaforma modulare trasversale), adoperata da qualche anno dalla Wolkswagen, è costata circa 70 miliardi di €, ma consentirà, a partire dal 2019, un risparmio di 19 miliardi all’anno, in quanto decine e decine di modelli di diversi marchi saranno prodotti partendo da moduli comuni.
Il futuro
Davanti alla complessità delle sfide che attendono il mercato dell’auto, che tanta importanza riveste nella nostra economia, il futuro sta nella collaborazione tra le diverse case automobilistiche (finora piuttosto restie a progetti comuni) e nella riduzione del numero delle piattaforme. Nonostante i rischi, quindi, la strada è già tracciata, ed è vantaggiosa per i gruppi automobilistici, per i clienti e per l’ambiente (molte risorse che vengono recuperate adottando l’economia modulare possono infatti essere drenate verso la ricerca di carburanti ecologici ed efficienti e il miglioramento dell’efficienza energetica).
Questo esempio, grazie anche a strumenti come il configuratore di prodotto Ipertech, può essere efficacemente seguito in molti altri settori manifatturieri.

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